AGCOM sanziona Cloudflare: cosa è successo e perché conta anche per i consumatori
10 gennaio 2026
Quando un’autorità come AGCOM mette mano alle infrastrutture di Internet, vale la pena fermarsi un attimo e capire bene di che si parla. Stavolta nel mirino è finita Cloudflare, uno dei colossi mondiali che fornisce servizi di sicurezza, CDN e protezione dei siti web. Roba che non vedi, ma senza la quale mezzo web smette di funzionare.
Perché AGCOM ha sanzionato Cloudflare (detta semplice)
Il punto non è “Cloudflare cattiva” o “Cloudflare buona”. Il
punto è il ruolo.
AGCOM contesta a Cloudflare di non aver collaborato in modo adeguato con
l’autorità italiana nella rimozione o nel blocco di contenuti illegali,
in particolare quando questi contenuti passano attraverso i suoi servizi
tecnici (proxy, DNS, protezione anti-DDoS).
Tradotto:
- Cloudflare
dice “io sono solo l’autostrada, non decido chi ci passa”;
- AGCOM
risponde “ok, ma se su quell’autostrada viaggia roba illegale, tu non puoi
far finta di niente”.
Secondo l’Autorità, Cloudflare non avrebbe adottato
misure sufficienti o tempestive per impedire la diffusione di determinati
contenuti illeciti, nonostante le segnalazioni e i provvedimenti notificati. Da
qui la sanzione amministrativa.
Il nodo vero: intermediario tecnico o soggetto
responsabile?
Questa vicenda ruota tutta attorno a una domanda scomoda:
chi è responsabile quando Internet viene usato per violare la legge?
Cloudflare si è sempre definita un intermediario neutrale,
un fornitore tecnico che:
- non
ospita i contenuti;
- non
li crea;
- non
li controlla.
AGCOM, invece, sostiene che quando un soggetto ha il
potere tecnico di intervenire, allora ha anche una quota di
responsabilità, soprattutto se ignora o rallenta l’esecuzione di ordini
legittimi dell’autorità.
È una linea sempre più seguita in Europa: meno “non è affar
mio”, più “se puoi fare qualcosa, devi farla”.
Come ha reagito Cloudflare
La reazione di Cloudflare è stata ferma ma istituzionale.
In sintesi:
- ha
ribadito di operare nel rispetto delle leggi;
- ha
spiegato che i suoi servizi sono pensati per proteggere Internet,
non per favorire attività illegali;
- ha
espresso preoccupazione per il precedente, perché obbligare
un’infrastruttura globale a decidere cosa bloccare e cosa no può, secondo
l’azienda, mettere a rischio la libertà della rete e la sicurezza
complessiva.
Cloudflare ha anche lasciato intendere che valuterà le
iniziative legali opportune, perché il tema non è la singola sanzione, ma
il principio: se passa questa impostazione, domani potrebbe toccare a qualsiasi
altro operatore infrastrutturale.
Perché questa storia interessa anche i consumatori
Perché dietro le parole “CDN”, “DNS” e “proxy” ci sono:
- siti
di e-commerce,
- servizi
online,
- piattaforme
di informazione,
- e
anche portali truffaldini o illegali.
Se le autorità non riescono a far rimuovere contenuti
dannosi, i consumatori restano esposti.
Se però si chiede agli intermediari di fare i giudici, il rischio è un
Internet più opaco, meno neutrale e con blocchi indiscriminati.
La sfida è tutta qui: tutelare i cittadini senza rompere
Internet.
AGCOM ha scelto una linea dura. Cloudflare non la condivide. La partita è
appena iniziata — e molto probabilmente finirà davanti ai giudici.
Una cosa però è chiara: il tempo dell’“io non c’entro” per i
grandi snodi della rete sta finendo. E chi fa finta di non accorgersene,
rischia altre sanzioni. Anche salate.