FONDAZIONI BANCARIE. ANOMALIA ITALIANA

Le fondazioni bancarie sono state introdotte per la prima volta nell'ordinamento italiano con la legge n. 218 del 1990, la cosiddetta "legge-delega Amato-Carli", con lo scopo di perseguire valori collettivi e finalità di utilità generale e, senza ombra di dubbio, rappresentano un'anomalia esclusivamente italiana.
La verità (si sarebbe scoperta dopo) è che la legge 218/1990 rispondeva all’esigenza di sottrarre le banche italiane dal controllo pubblico per ricollocarle integralmente sul mercato, quotarle in Borsa e renderle allettanti per gli investitori stranieri. 
Gli istituti creditizi italiani, che sino a quel momento erano istituti di diritto pubblico, furono quindi trasformati in società per azioni, mentre per le casse di risparmio si adottò la via dello scorporo dalle aziende bancarie e fu sancita la loro trasformazione in Fondazioni. Quest’ultime assunsero la configurazione di holding pubbliche che detengono il pacchetto di controllo della banca partecipata senza tuttavia poter realizzare alcun tipo di attività bancaria: per esse vige il divieto di esercitare fini di lucro.
L’azione delle Fondazioni bancarie ruota intorno ad un organo fondamentale, chiamato d’indirizzo (conosciuto anche come consiglio generale, comitato d’indirizzo o commissione centrale di beneficenza). In esso sono concentrati i poteri principali come l’approvazione e la modifica dello statuto, la nomina e la revoca dei componenti degli altri organi, l’approvazione del bilancio e le scelte strategiche. La sua composizione è caratterizzata da una prevalenza di membri espressi dagli enti del territorio (tranne la Regione) in cui sorge la Fondazione. In sostanza, istituzioni come Comuni e Province giocano un ruolo essenziale per la struttura gestionale delle Fondazioni.
Il quadro che ne è derivato (visti gli ultimi scandali tra cui MPS) è una complessa rete di potere del tutto fuori controllo in cui le Banche e la partitocrazia hanno fatto affari a danno dei consumatori e risparmiatori. L’anomalia (se confrontata con l’estero) italiana che anomalia (se confrontata con il Bel Paese) non è.
Poiché le banche sono controllate da alcune fondazioni di riferimento, di conseguenza il ruolo degli enti territoriali risulta determinante anche per la definizione degli assetti negli istituti di credito. Si consideri inoltre il peso esercitato dalle Fondazioni in due colossi bancari italiani: in Intesa-Sanpaolo  il 9,8% è in possesso della Compagnia di San Paolo, il 4,6% di Cariplo e il 4,1% della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, mentre in Unicredit il 4,6% è detenuto da Cariverona e il 3,6% dalla Cassa di Risparmio di Torino.
Vista dunque la grave anomalia italiana e la certificata mancata propensione allo sviluppo no profit delle suddette fondazioni bancarie e in considerazione di quanto avvenuto sino ad oggi, non ultima la vicenda MPS, uno Stato normale avrebbe agito in direzione opposto e contraria a quella realizzata proprio per il caso MONTE PASCHI DI SIENA. Invece del prestito di quasi 4 miliardi di euro il legislatore avrebbe agito per l’immediata chiusura di tutte le fondazioni bancarie.
Se poi, proprio vogliamo dirla tutta, l’Italia è un paese basato su volontariato e donazioni visto la totale generosità del popolo italiano; non si è mai vissuta dunque la necessità di creare le Fondazioni per la realizzazioni di progetti senza fini di lucro visto anche che all’estero la necessità, dopo oltre vent’anni ancora non si è presentata. Dopo dunque essere stato il paese inventore degli istituti bancari (guarda caso proprio da Siena, Monte Paschi di Siena – 1472) siamo stati anche il paese delle Fondazioni Bancarie.
A.E.C.I. ritiene che sia arrivato il momento di mettere la parola fine alla Fondazioni Bancarie e rendere il Bel Paese meno anomalo rispetto all’intero mondo occidentale.


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