Titolo: Nucleare in Italia: cosa prevede la legge e cosa aspettarsi davvero
10 giugno 2026
Il ritorno al nucleare in Italia non è più un'ipotesi di lavoro: il 4 giugno 2026 la Camera dei Deputati ha approvato con 155 voti favorevoli il disegno di legge delega sul cosiddetto "nucleare sostenibile", testo varato dal Governo nell'ottobre 2025. Manca ancora il passaggio al Senato, ma il percorso legislativo è ormai avviato e vale la pena capire cosa prevede concretamente, a quali tecnologie si riferisce e — soprattutto — quanto sono realistici i tempi dichiarati.
Cosa dice la legge delega
Il DDL non costruisce centrali: delega il Governo a farlo attraverso decreti attuativi da emanare entro dodici mesi dall'approvazione definitiva. Il testo definisce i campi di intervento — disciplina per la costruzione e l'esercizio degli impianti, produzione di idrogeno nucleare, gestione del combustibile esaurito — ma non scende nel dettaglio tecnico né indica i siti. Quella fase viene successivamente. Il Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha inquadrato il provvedimento come strumento per raggiungere l'indipendenza energetica e contribuire agli obiettivi europei di decarbonizzazione al 2050.
Le tre tecnologie in gioco
Il testo della legge abbraccia un ventaglio tecnologico che va dalla fissione tradizionale agli SMR (Small Modular Reactors) fino alla fusione nucleare. Non si tratta però di tre opzioni equivalenti sul piano della maturità: la distinzione è cruciale per chi vuole capire quando — e se — queste tecnologie entreranno davvero in funzione in Italia.
La terza generazione di reattori a fissione — quella degli impianti EPR (European Pressurized Reactor) come Flamanville in Francia o Hinkley Point C nel Regno Unito — è tecnologicamente consolidata. I reattori di questo tipo sono certificati, le specifiche di sicurezza sono definite e alcuni impianti sono già operativi. Il problema non è ingegneristico ma gestionale: i cantieri europei di questa tecnologia hanno sistematicamente sforato sia i tempi sia i costi. Flamanville è entrato in funzione nel dicembre 2024, con dodici anni di ritardo rispetto alle previsioni originarie del 2012, e con un costo salito da circa 3,3 miliardi di euro iniziali a oltre 13 miliardi — senza contare gli oneri finanziari. Hinkley Point C, avviato nel 2017 con previsione di entrata in servizio nel 2025, è ora stimato a circa 35 miliardi di sterline ai prezzi del 2015 — quasi il doppio del preventivo approvato — con una data di completamento slittata al 2030.
Gli SMR: promessa concreta, ma non ancora qui
Gli Small Modular Reactors rappresentano una categoria di reattori con potenza unitaria inferiore ai 300 MW, progettati per essere costruiti in serie con componenti prefabbricati, riducendo — almeno in teoria — i tempi e i costi di cantiere. La disponibilità commerciale per i modelli derivati dalla tecnologia tradizionale è attesa attorno al 2030. Negli USA la Nuclear Regulatory Commission dovrebbe emettere le prime decisioni sui permessi di costruzione commerciali nel corso del 2026. La Cina è il paese più avanzato su questo fronte: il suo primo SMR commerciale è atteso in operazione entro il 2026. In Europa la situazione è più arretrata: i processi autorizzativi sono ancora in corso e nessun SMR europeo ha ancora ricevuto il via libera definitivo per la costruzione.
La fusione: un orizzonte, non una data
Il riferimento alla fusione nucleare nella legge italiana ha più un valore di posizionamento strategico che di programmazione concreta. Non esiste a oggi un singolo impianto di fusione commerciale in esercizio nel mondo. Il progetto internazionale ITER, in costruzione in Francia, punta a dimostrare la fattibilità scientifica della fusione netta, ma non è concepito come impianto commerciale. Le stime più ottimistiche delle principali startup private del settore collocano i primi impianti dimostrativi negli anni 2030, con una possibile commercializzazione oltre il 2040. Inserirla in una legge per la produzione di energia è legittimo come visione, ma non va confuso con un piano operativo.
I tempi realistici per l'Italia
Il Governo ha dichiarato l'obiettivo di avviare la produzione nucleare entro il 2030. Per valutare questa affermazione occorre considerare la sequenza procedurale: approvazione definitiva al Senato, poi dodici mesi di decreti attuativi, poi l'iter autorizzativo per la scelta dei siti (con consultazioni territoriali e valutazioni ambientali), poi la fase di progettazione esecutiva, poi la costruzione. Anche nell'ipotesi più favorevole — tutto liscio, nessun ricorso, tecnologia SMR già disponibile — i tempi realistici per il primo kilowattora nucleare italiano si collocano fra il 2035 e il 2040. Il 2030 come data di avvio della produzione è incompatibile con i procedimenti previsti dalla stessa legge.
Cosa significa per le bollette
Il nesso tra nucleare e riduzione delle bollette, evocato nel dibattito parlamentare, va contestualizzato. Nel breve periodo — i prossimi dieci anni — il ritorno al nucleare non avrà alcun effetto sui prezzi dell'energia per famiglie e imprese italiane, semplicemente perché nessun impianto sarà in funzione. Nel medio-lungo periodo, gli impianti nucleari offrono energia di base a basse emissioni e con costi operativi stabili, ma i costi di costruzione — come dimostrano i casi europei — tendono a essere ingenti e a gravare sulle tariffe o sulla fiscalità generale attraverso i meccanismi di incentivazione. Per i consumatori, il valore del nucleare si misura sulla stabilità del sistema elettrico nel lungo termine, non su una promessa di riduzione immediata dei costi in bolletta.
Il quadro per i consumatori
Indipendentemente dal merito della scelta energetica, i cittadini hanno il diritto di ricevere informazioni accurate sui tempi, sui costi e sulle effettive implicazioni tariffarie di qualsiasi scelta di politica energetica. L'approvazione della legge delega è un atto parlamentare significativo, ma rappresenta solo il primo gradino di un percorso lungo e tecnicamente complesso. Associazioni come A.E.C.I. continueranno a monitorare i provvedimenti attuativi, in particolare per quanto riguarda i meccanismi di incentivazione che potrebbero riverberarsi sulle bollette e per la trasparenza nella selezione dei siti.
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