FESTA DELLA DONNA NEL BEL PAESE, DOVE SI FESTEGGIA SOLO L'8 MARZO

Roma - 09 marzo 2015  - Essere DONNA in Italia, nel nuovo millennio, significa confrontarsi, talvolta, con condizioni di disagio psicologico, fisico e relativo alle condizioni ambientali e sociali.

Fanno rabbrividire le statistiche sulla violenza relative al 2013.
Il 2013 è stato un anno nero per i femminicidi, con 179 donne uccise, in pratica una vittima ogni due giorni. Rispetto alle 157 del 2012, le donne ammazzate sono aumentate del 14%. A rilevarlo è l'Eures nel secondo rapporto sul femminicidio in Italia, che elenca le statistiche degli omicidi volontari in cui le vittime sono donne.

Aumentano quelli in ambito familiare, +16,2%, passando da 105 a 122, così come pure nei contesti di prossimità, rapporti di vicinato, amicizia o lavoro, da 14 a 22. Rientrano nel computo anche le donne uccise dalla criminalità, 28 lo scorso anno: in particolare si tratta di omicidi a seguito di rapina, dei quali sono vittima soprattutto donne anziane.

    Anche nel 2013, in 7 casi su 10 (68,2%, pari a 122 in valori assoluti) i femminicidi si sono consumati all'interno del contesto familiare o affettivo, in linea con il dato relativo al periodo 2000-2013 (70,5%). Con questi numeri, il 2013 ha la più elevata percentuale di donne tra le vittime di omicidio mai registrata in Italia, pari al 35,7% dei morti ammazzati (179 sui 502), "consolidando - sottolinea il dossier - un processo di femminilizzazione nella vittimologia dell'omicidio particolarmente accelerato negli ultimi 25 anni, considerando che le donne rappresentavano nel 1990 appena l'11,1% delle vittime totali". 

 Il Lazio e la Campania con 20 donne uccise presentano nel 2013 il più alto numero di femminicidi tra le regioni italiane, seguite da Lombardia (19) e Puglia (15). Ma è l'Umbria - come riporta il dossier - a registrare l'indice più alto (12,9 femminicidi per milione di donne residenti). Nella graduatoria provinciale ai primi posti Roma (con 11 femminicidi nel 2013), Torino (9 vittime) e Bari (8). Il femminicidio nelle regioni del Nord si configura essenzialmente come fenomeno familiare, con 46 vittime su 60, pari al 76,7% del totale; mentre sono il 68,2% dei casi al Centro e il 61,3% al Sud (con 46 donne uccise in famiglia sulle 75 vittime censite nell'area). Qui al contrario è più alta l'incidenza delle donne uccise all'interno di rapporti di lavoro o di vicinato (14,7% a fronte del 5% al Nord) e dalla criminalità (18,7% contro l'11,4% del Centro e l'11,7% del Nord).

Ottantuno donne, il 66,4% delle vittime dei femminicidi in ambito familiare, hanno trovato la morte per mano del coniuge, del partner o dell'ex partner; la maggior parte per mano del marito o convivente (55, pari al 45,1%), cui seguono gli ex coniugi/ex partner (18 vittime, pari al 14,8%) ed i partner non conviventi (8 vittime, pari al 6,6%).

    I dati relativi al 2013 - come rileva la ricerca Eures sui femminicidi in Italia - sono sostanzialmente sovrapponibili a quelli complessivamente censiti a partire dall'anno 2000. Lo scorso anno si è avuto, "anche per effetto del perdurare della crisi", un forte aumento dei matricidi, spesso compiuti per ragioni di denaro o per una esasperazione dei rapporti derivanti da convivenze imposte dalla necessità: sono infatti 23 le madri uccise nell'ultimo anno, pari al 18,9% dei femminicidi familiari, a fronte del 15,2% rilevato nel 2012 e del 12,7% censito nell'intero periodo 2000-2013 (215 matricidi). Ad uccidere sono nel 91,7% dei casi i figli maschi e nell'8,3% le figlie femmine.

ESSERE DONNA ED IL LAVORO


In Italia si sfrutta ancora al minimo il ricco potenziale offerto dalle donne nel lavoro, dice un comunicato di Confesercenti, emesso in prossimità della consueta Festa della donna, che si celebra ogni anmo l’8 marzo.

Citando i dati Istat, Confesercenti dice che “il tasso di occupazione femminile è ancora fermo al 46%, contro una media Ue del 58,6%, con un gap che si approfondisce nel confronto tra il Nord e il Sud del Paese, soprattutto per quanto riguarda le donne con uno o più figli”.

In Italia, complessivamente, lavora il 54,3% delle madri: nel Sud, però, la percentuale scende al 37,4%, contro il 61% rilevato nelle regioni del centro e del settentrione.

Ancora più svantaggiate sono le donne lavoratrici indipendenti, che in Italia hanno un impiego solo nel 15,7% dei casi, se sono imprenditrici o professioniste con un figlio.

Non esistono condizioni e politiche di sostegno a chi, ha deciso (e per fortuna) di diventare madre e, di fatto, dal punto di vista lavoratorivo, essere donna e madre, nel 2015 in Italia è, ancora, condizione di svantaggio dal punto di vista lavorativo.

A.E.C.I. si auspica, dunque, che la festa della DONNA non sia solo un pretesto per poter regalare fiori e fare gli auguri ma sia un punto di partenza per poter migliorare le condizioni delle donne nel nostro paese.

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