NUOVO STOP ALLA PRIVATIZZAZIONE DI ACEA. ANCHE IL CONSIGLIO DI STATO CONTRO ALEMANNO

Il 20 luglio la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale, quindi inammissibile, l'articolo 4 del decreto legge 138 del 13 Agosto 2011, con il quale, il Governo Berlusconi, calpestava il risultato referendario e rintroduceva la privatizzazione dei servizi pubblici locali (in particolare l’acqua pubblica). Questa sentenza blocca anche tutte le modificazioni successive, compresa quelle del Governo Monti.

Il 24 luglio il Consiglio di Stato ha invece accolto il ricorso delle opposizioni del Comune di Roma, contro il Sindaco Alemanno. Il Consiglio di Stato infatti, ha deciso che Il Comune di Roma non può procedere all'approvazione della delibera sulla vendita del 21% delle quote di Acea senza trattare i 23.000 circa ordini del giorno presentati dai consiglieri dell'opposizione.

Questi due risultati, di fondamentale importanza per il movimento dell’acqua pubblica, non solo rappresentano una frenata brusca alla vendita, quindi alla privatizzazione del 21% di ACEA, da parte del Comune di Roma, ma, al netto di sorprese future, arrestano totalmente la speculazione su alcuni servizi pubblici locali e di fondamentale importanza.

A.E.C.I. LAZIO è contraria alla (s)vendita di A.C.E.A. L’acqua è un bene pubblico e pubblico deve rimanere.

Alemanno aveva trovato una (pessima) soluzione al proprio operato deficitario di gestione (non solo economica) della città eterna. Di fatto dalla svendita del 21% di A.C.E.A. il Comune di Roma avrebbe ricavato, stando alle dichiarazioni del Sindaco, 200 milioni di euro (delle vere e proprie briciole).

Questa ennesima vittoria non è però figlia della partitocrazia (di sinistra o di destra) bensì del movimento civile dei cittadini di cui A.E.C.I. fa parte (unica associazione senza patroni, padroni, sindacati e velleità partitocratiche).

Non dimentichiamo che Il “centro-sinistra” al potere (Rutelli sindaco) fu il primo a procedere alle privatizzazioni con la svendita della Centrale del Latte, che venne regalata per diversi miliardi in misura inferiore al suo reale valore alla Cirio di Cragnotti, che la rigirò poi alla Parmalat di Tanzi (svendita illegale, come confermato dalle sentenze del Tar e del Consiglio di Stato), e poi alla cessione ai privati del 49% delle quote in Borsa di Acea.

Quel centro-sinistra (Partito Democratico) che oggi critica e si oppone (per fortuna) alle privatizzazioni fu il primo (e non solo a livello locale) a regalare e svendere ad amici e speculatori le proprie aziende “sane”. Ovviamente agli amici non possono essere cedute (e vendute) i rami improduttivi delle amministrazioni. 

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